99.9%

“La fortuna – o per lo meno serendipity – gioca un ruolo importante… ma non sai mai cosa sta per accadere. La cosa più eccitante è quando avviene in modo del tutto inaspettato, e devi essere nel posto giusto e nel momento giusto, scattando nel momento giusto. Il più delle volte non funziona in questo modo. Ecco perchè questo tipo di fotografia da scatti al 99,9% sbagliati” – Alex Webb.

Prendete la foto di apertura e domandatevi: cosa sta per accadere? Non cosa accade, ma cosa sta per accadere. Se avessi premuto il pulsante dello smartphone anche solo una frazione di secondo dopo, per esempio. Forse l’ombra del ciclista, ovvero la mia, sarebbe rimasta tale e quale, o magari avrebbe intercettato quelle due palme a bordo strada; il bambino sul monopattino invece si sarebbe avvicinato notevolmente, o magari sarebbe scomparso del tutto. Proviamo a scattarla di nuovo, questa foto immaginaria, e succesivamente ripetiamoci la stessa domanda: cosa sta per accaddere?

E poi continuiamo con la successiva, scattiamo, guardiamo e poi chiediamoci ancora: cosa sta per accadere?

Noteremo che ogni qualvolta sentiamo che sta per accadere veramente qualcosa la foto, vera o immaginaria che sia, funziona.  Non è la realtà ma solo una sensazione; per la realtà è sufficiente guardare la foto e vedere cosa c’è dentro; la sensazione invece è pura narrativa, crea un racconto, un movimento che parte da quell’immagine fissa e la trasforma in un’energia che sta per liberarsi, trasformandosi in maniera irreversibile in qualcos’altro.

Ecco il senso che personalmente do a quel 99,9 % di cui parla Alex Web. Non è solo la percentuale di scatti sbagliati che siamo sempre costretti a fare, ma anche il percorso necessario per arrivare a produrre un attimo di infinito anche con un esiguo 0,1 %.

Il bello della street photography sta proprio nella sua implacabile condanna. Ogni foto che ti sembra buona, non è solo quella foto, ma è il risultato di almeno altre mille uscite male; quelle scattate un attimo prima o un attimo dopo; quelle che sembrano tutte uguali, scattate ostinatamente per mesi, per anni, alle quali sembra che manchi sempre qualcosa, anche se non sai bene cosa; quelle che avresti voluto scattare guardando una scena se solo avessi avuto una macchina tra le mani; quelle che non sono mai arrivate nonostante le abbia aspettate con pazienza; quelle che farai la prossima volta.

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Alex Webb

lifetrain

Un “bel giorno” di Febbraio lo scooter decide di lasciarmi a piedi. Non è una novità, ma purtroppo non ci si abitua mai. Non sarà nulla di grave, penso, invece una volta dal meccanico, la prognosi è sciolta dopo pochi minuti: addio motore, addio scooter.

Il meccanico me ne fa vedere uno dei suoi e si offre di vendermelo. Considerato l’ottimo stato in cui è tenuto, il prezzo e la scarsa voglia che ho di cercare un altro motorino usato, penso da subito che mi possa anche convenire, ma voglio pensarci un po’ su.

Nel frattempo?

Lavorando in zona Termini, dall’Acqua Bullicante dove abito ho almeno un paio di soluzioni: il tram sulla prenestina, o il treno Centocelle – Termini sulla Casilina, ovvero quello che rimane del vecchio “trenino” che un tempo arrivava fino a Fiuggi. Mi decido per quest’ultimo.

 

Dal giorno dopo mi tocca svegliarmi un pò prima, raggiungere la fermata di Torpignattara e salire sul trenino fino alle “Laziali”. per uno abituato alla comodità dello scooter può essere un trauma, anzi lo è, ma ad ogni modo i tragitti vanno meglio del previsto: i treni passano spesso, non sono mai stracolmi come altri mezzi e in poco più di  20 minuti sono sempre al capolinea delle Laziali. Con l’occasione posso fare anche due passi a piedi fino all’ufficio dietro la stazione Termini, il che non guasta.

Durante i viaggi cerco di ascoltare musica o audiolibri di cui il mio smartphone è sempre carico. Ed è proprio questo oggetto, lo smartphone, che sta per cambiare per sempre la mia vita fotografica. Di colpo mi accorgo che quella fotocamera è la soluzione compatta e leggera che fa per me, soprattutto se usata con “disinvoltura” e senza dare nell’occhio.

E così, un pò per sfida, un pò per gioco, inizio a scattare qualche foto nel trenino, principalmente alle persone, e in breve tempo noto che sta prendendo vita un vero e proprio progetto. Dai lunghi periodi senza neanche uno scatto, passo a farne almeno 2 o 3 al giorno, e quando me li riguardo con calma, decidendo se conservarli o buttarli via, capisco che mi sto divertendo e che sarebbe meglio continuare senza pormi limiti. Lo scooter nuovo (cioè quello usato del meccanico) arriva dopo solo tre settimane, ma io rimango sul trenino a finire il lavoro fino all’autunno successivo, per quasi un anno.

Ne esce fuori il racconto reale di un quartiere che migra verso il centro città al mattino, e che torna a casa dopo le18.00. Un racconto fatto senza troppe forzature, clichè, o enfasi particolari. Niente di nuovo. A migliaia, specie tra i fotografi amatoriali, scattano foto sui mezzi pubblici ogni giorno, e ogni giorno li pubblicano. Tra i nostri illustri precedessori lo hanno fatto anche Walker Evans e Stunley Kubrick nella metropolitana di NY. Quello che conta è il divertimento che mi suscita questa esperienza, in parte dovuto anche all’eccitazione di rubare alle persone le loro pose “peggiori”.

Dopo qualche settimana comincio ad importare tutte le foto in Lightroom cercando uno sviluppo comune. Alla fine il BN mi sembra possa andare bene e applico la stessa ricetta a tutte e controllo se funzionano.

Di quelle che hanno funzionato è nato il mio primo libro fotografico che mi sono autoprodotto e che ho intitolato “lifetrain”.

… e tutto grazie a un motorino rotto…

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voci di quartiere

murales – via di torpignattara

Fare foto nel posto in cui si vive è abbastanza semplice: sono sufficienti un paio di scarpe e una fotocamera. Non sempre però quello che si ottiene soddisfa il fine di un racconto reale, di un concept, specie se all’inizio l’intento non era neanche espressamente quello. Perciò, mettendo insieme queste foto alla fine mi sono detto: “un altro reportage su Torpignattara? …anche no, per favore.”

E poi per raccontare cosa? Non c’è un metro di queste strade che non sia stato menzionato su qualche libro, o apparso in qualche foto pubblicata sui social, nei blog o nelle riviste on line. A volte per fatti di cronaca, altre volte per demistificare la minaccia dell’invasione extracomunitaria, o per enfatizzarla. Oppure per farci respirare l’aria nuova portata dalla street art, dai comitati di quartiere, dalle feste con i musicisti ed i giocolieri in strada.

Ma in ogni caso, qui, Torpignattara intendo, è semplicemente dove abito. Dove scendo a fare due passi anche se ormai non conosco più nessuno, immigrati o italiani (anzi italianissimi) che siano. Dove anzichè fare due chiacchere faccio semplicemente due foto, perchè in fondo quel murales con quella luce…sì lo so, lo avranno fotografato a migliaia; però anche i bambini che giocano in piazza… sì lo so, perchè mi ricordo di quando quei bambini eravamo noi (anzi no, perchè noi eravamo “italianissimi”); e anche quel signore seduto da solo… sì lo so, perchè una foto di un anziano da solo fa sempre un certo effetto.

Più che il desiderio di raccontare o denunciare, sono sempre le luci e le ombre a guidare quello che scatto. I colori stridenti,  gli strappi di sole in vie strette e buie, lo spazio disordinato dove il ritmo cede il passo al caso.

Perchè quando i riflettori si spengono e non ne parla più nessuno, Torpignattara continua ad esistere semplicemente per quello che è: una jungla urbana con qualche angolo casuale da borgo di paese, messa in moto da un brulicare fitto di anime in costante ricerca di quello che li può rassicurare. Che sia il bene, che sia il male. Aggravanti o attenuanti.

Quando la bellezza viene meno, o sarebbe triviale mettere in vetrina la poca rimasta, se si sceglie di fotografare certi luoghi probabilemente si è mossi dal bisogno di esprimere quella forza emotiva data dall’oscillazione continua tra tipico e analogo. Solo così si possono giustificare verità e leggende, accoglienza e intolleranza, degrado e street art, e metterle insieme nella stessa inquadratura.

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guarda “alice nel paese della maranella”

 

 

 

… de nuit

In ogni 45 giri c’era sempre un lato B.

La nuit è la versione noir di Torpignattara e delle sue strade.

Il lavoro nasce per caso, come tutti gli altri del resto, dopo che per qualche sera ero rimasto in giro con la mia compagna a fare degli scatti in notturna. Lo scopo era quello di testare l’attrezzatura e rinfrescare la tecnica in vista di un matrimonio che avremmo dovuto scattare insieme di lì a poco.

Da semplici scatti di prova ai quali sul momento non avevo dato alcun orientamento, mi ero reso conto, aprendo le foro in lightroom, di aver inaspettatamente catturato qualcosa di interessante.

Se durante il giorno nessuna foto riusciva mai a saziare la realtà che avevo appena visto, un pò per complessità, un po’ anche per miei limiti, la notte rendeva giustizia ammantando strade e piazze di un’energia vibrante, se vogliamo anche teatrale ma mai fuori misura o irreale.

Dato il risultato del tutto inaspettato, viste anche le premesse, mi sono venute in mente alcune parole di Henri Cartier Bresson, quando dice di non essere responsabile delle sue foto in quanto gli sono state donate.

Che dire, da quel nucleo primario di foto messo insieme in un paio di uscite, ne ho cercate e trovate altre nel mio archivio e successivamente ne ho aggiunte alcune fatte a più riprese nei mesi successivi. Nel frattempo mi era venuto anche un titolo: Torpì la nuit…

Già, come Paris de nuit di Brassai…

Certo, più o meno.

piazza roberto malatesta – fermata metro C

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gurda anche voci di quartiere

 

made in tourism

A volte saresti tentato di scacciarli via a pedate…

Poi ti rassegni e decidi di essere paziente. E allora stai lì e aspetti minuti e minuti prima che anche l’ultimo turista si tolga dalle scatole e ti faccia scattare finalmente quella stessa foto per cui hai pagato il volo anche tu.

Nel frattempo le città di cui hai fatto sogni ad occhi aperti, magari attraverso gli occhi di chi le ha vissute veramente, sono diventate dei “non luoghi” completamente diversi, quasi privi di realtà.

Alla fine ti rendi conto che la realtà è proprio quella che ti si presenta davanti agli occhi, ti piaccia o meno, fatta di turisti a spasso, b ‘n b, ristoranti, pulizia e polizia. E che non c’è luogo definitivamente immune da questo calpestio, perchè è solo questione di tempo.

In tutto questo, a furia di schifare (o schivare) viaggiatori e turisti, a furia di schifare se stessi, ci si rende conto che sarebbe meglio raccontare semplicemente quello che si vede con ironia.

E devo dire che è anche motlo divertente.

 

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guarda il lavoro di Martin Parr

spiaggia libera…

Chi mi conosce è pronto a scommetere che a me il mare non piace proprio. Forse perchè è raro vedermi sulla spiaggia a prendere il sole, ancora di più prima delle 2.00 di pomeriggio.

Oltre alla mia naturale pigrizia (anche per fare una delle cose più pigre al mondo), prima di chiarirmi se mi piaccia o meno il mare, la domanda che mi sono posto più insistentemente negli ultimi anni è la seguente: parafrasando Carver, di cosa parliamo quando parliamo di “mare”?

Da qualche anno a questa parte trascorro diversi giorni di vacanza a Terracina, la città da cui proviene la mia compagna. Gran parte delle mie mattinate sono scandite da lunghe passegggiate che coprono praticamente tutto il lungomare della città. In spiaggia scendo poco, anzi se posso vado solo nel pomeriggio, e mentre cammino non mi è difficile incontrare le risposte direttamente nei luoghi che poi fotografo.

Che cosa intende la gente quando parla o pensa al mare?

File ordinate di ombrelloni e lettini, bar e ristoranti coperti da bandoni infuocati, aree riservate ai bambini, altre aree riservate al beach volley o al beach soccer. Musica ad alto volume, odore di frittura di pesce, odore di crema solare. Cinque metri dalla riva… cento metri dalla boa…

Nessun problema, anzi piuttosto divertente, sia da attraversare che da fotografare. Il ritmo scandito dagli ombrelloni di colore diverso, gli spazi d’ombra dei lidi attrezzati che improvvisamente cedono a piccole oasi di spiaggia libera dove la sistemazione e a caso. Sembrano solo accenti grafici, anche piuttosto facili da individuare, ma almeno una parziale risposta me l’hanno suggerita: se il mare è stare ore fermi sotto il sole non mi piace affatto, e non lo scopro solo adesso, è stato sempre così.

Ma il punto non è nenache questo, e se mi piaccia il mare oppure no credo che non interessi a nessuno, anzi, a volte mi chiedo il perchè mi sia intrappolato per così tanto tempo nel cercare di dare una risposta ad una domanda inutile. Quando mi capita di fotografare gli stessi angoli al termine della stagione, con il cielo spesso minaccioso, i lidi spogli di ombrelloni o in fase di smontaggio, intercetto quella nostalgia della fine dell’estate, delle stagioni, delle cose. I pensieri mi riportano indietro agli anni in cui il mare significava gioco, libertà, amicizia, falò, e dove il sole sulla pelle era solo una normale conseguenza. Ecco di cosa parlo quando parlo del mare.

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Luigi Ghirri e alcune sue spiagge italiane

4 matrimoni… e un battesimo

danilo e jessica castiglione del lago

All’inizio del secondo anno della scuola di fotografia arriva la prima proposta di “lavoro”. I nostri amici Danilo e Jessica chiedono a me e alla mia compagna Chiara, anche lei iscritta alla scuola, di fotografare il loro matrimonio che si terrà a Cortona presso la chiesa di Santa Maria Nuova. Dal momento che siamo anche invitati ufficiali, ed io addirittura testimone, lo shooting sarà il nostro regalo agli sposi ma, anche se in apparenza l’avventura non sembrerebbe carica di aspettative professionali (siamo pur sempre degli esordienti), la voglia di fare bella figura e di sfoggiare le nostre capacità è elevata e le situazioni da gestire sono molteplici, non ultima quella di conciliare il lavoro al quale siamo chiamati con la nostra veste di invitati.

Per tutto l’anno chiediamo consigli al nostro insegnante ed ai nostri compagni di corso; dobbiamo gestire situazioni di luce completamente diverse, opposte, a partire dal “buio” della chiesa e le ombre nette che verranno a crearsi sui volti degli sposi scattando in pieno giorno e, si presume, in pieno sole: il sole sgraziato delle ore centrali della giornata. Fin da subito mi convinco ad acquistare un flash a slitta da utilizzare sia on-camera che staccato, e a studiarne il più velocemente possibile i problemi che risolve e quelli che crea se non lo si usa correttamente.

Alla fine, non senza qualche errore, riusciamo a raccontare la giornata: Chiara scatta il dressing della sposa e successivamnete fa da seconda macchina e da assistente; in chiesa, dato che io sono fermo al banco dei testimoni, si fa aiutare da un nostro amico. Ogni tanto riprendo la reflex che ho appoggiato su una sedia affianco, e cerco anche io di catturae qualcosa anche dalla mia postazione. Dopo la cerimonia rimaniamo finalmente soli con gli sposi per qualche scatto fuori dalla chiesa con la cornice dei colli toscani e uno shooting al complesso francescano “Le Celle”.

I patti sono chiari: noi ci siamo offerti di fare la foto ma loro si devono sottoporre a tutti i nostri esperimenti. E infatti, come promesso, a festa conclusa ci dirigiamo tutti e quattro a Castiglione del lago, sul Trasimeno, dove finalmente riesco a sfogare mesi di tutorial e lezioni on line miscelando insieme la luce del tramonto e un flash off-camera montato su uno stativo e con un ombrello traslucido. E alla fine ne è valsa veramente la pena.

danilo e jessica castiglione del lago

Danilo&Jessica, guarda la galleria

Il mese dopo è la volta di Tiziana e Fabrizio, ma è solo l’anno dopo, con Martina e Federico, che abbiamo la possibilità di replicare la prima esperienza ma con dei presupposti diversi. A parte i soliti classiconi della fotografia di matrimonio, gli sposi vorrebbero sempicemente un racconto della giornata senza troppe costruzioni.

Questa volta siamo a Roma, alla basilica di San Bartolomeo all’isola Tiberina. Per l’occasione esordisco con due reflex, una mia e l’altra in prestito: su una monto un 24/70 f/2.8, sull’altra un 75/300 f/3.5 – 5.6. Niente stativi nè ombrelli, soltanto il flash on camera. Nonostante sia la mia prima funzione religiosa, svolazzo senza troppi pudori (molto pochi per la verità) da una parte all’altra dell’altare. La sua posizione, sopraelevata rispetto al resto della chiesa, mi consente di includere le arcate della navata principale della chiesa, mentre i faretti aggiungono dei punti luce sopre le teste degli sposi come se stessero sul palco di un teatro o di un concerto.

Ma la vera chicca deve ancora arrivare….                                                                                 Dopo due passi su Ponte Sisto, ci dirigiamo in macchiana verso piazza San Silvestro dove scendiamo e a piedi raggiungiamo il palazzo H&M di Via del Corso, dove la sposa lavora e ha ottenuto il permesso di realizzare alcune foto sulla cupola di vetro dell’architetto Fuksas in cima al palazzo. Oltre alla location esclusiva della cupola, con la chiesa di San Carlo al Corso sullo sfondo, la passeggiata per Roma con decine di curiosi intenti a salutare gli sposi e a scattare foto è stata sicuramente uno degli eventi fotografici più appaganti e divertenti vissuti fino adesso.

Martina&Federico, guarda la galleria

Di Martina e Federico abbiamo curato anche il servizio al battesimo della loro piccola Flaminia.

Quando ormai credevo di aver concluso in gloria la mia breve ma folgorante carriera di matrimonialista, arriva la proposta di Patrizia, mia collega di lavoro, per il suo matrimonio con Leo presso il castello di Bracciano, una delle location più famose e ambite dalle coppie di tutto il mondo, compresi numerosi VIP. Le gambe tremano ma… ce l’abbiamo fatta.

Se i precedenti matrimoni erano tra amici o in famiglia, questa è la prima occasione in cui dobbiamo confrontarci con degli “sconosciuti” ma non solo: per la prima volta siamo a contatto anche con una macchina organizzativa alla quale non siamo abituati: accompagnatori, vigilanti del castello, addetti al catering, tutti coordinati dalla wedding planner che impone tempi e ritmi a sposi, invitati e staff.

Dopo la cerimonia al Duomo di Bracciano, limitrofo al castello, facciamo due passi con gli sposi al borgo antico del paese, quindi di ritorno saliamo sui torrioni del castello e chiudiamo al giardino segreto dove ci concediamo anche agli altri invitati.

Tutto scorre via velocemente, il ritmo è serrato; non c’è tempo nè spazio per costruire scene, selezionare inquadrature in base alla luce e fare errori. Quelli che facciamo, molti per la verità ma non ve li svelo, vanno dimenticati istantaneamente perchè bisogna pensare sempre allo scatto successivo.

Chiara si occupa del dressing della sposa e fa da seconda macchina come negli altri matrimoni. Come sempre, non fa nulla di quello che le ordino e seleziona accuratamente, direi anche scientificamente, quello che le chiedo, ma averla affianco è una fortuna. Se va in panne imposta la macchina in automatico e porta a casa lo scatto. Per quanto non le abbia mai digerite fino in fondo, col tempo sto imparando che capire quando arriva il momento di appoggiarsi a qualche piccola scorciatoia, è il miglior segnale di crescita sia personale che professionale.

Scattiamo per tutta la durata della festa, ben oltre i tempi canonici di qualsiasi altro shooting di matrimonio, diventando i beniamini di molti invitati che ci rincorrono per avere foto con gli sposi e addirittura ci invitano a bere un drink o a ballare con loro. Quando ripongo le macchine nello zaino, ormai alle 2.00 del mattino, mi è chiara e netta la differenza che corre tra un fotografo… e me.

Patrizia&Leo, guarda la galleria

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fotografare case

Nel 2014 inizio una collaborazione con la mia compagna Chiara che si occupa di ristrutturazioni e architettura d’interni. Lo scopo è quello di produrre immagini professionali degli appartamenti appena ristrutturati da pubblicare sul web ed esporre negli stand allestiti durante le fiere MoaCasa e CasaIdea alle lei quali partecipa dapprima come consulente, e dopo due anni in partnership con Massimiliano Rossi, con il quale creerà Dettagli e Design.

“Tanto che ci vuole? Basterà un treppiede e un grandangolo; serrande alzate (o persiane aperte) e luci accese; al massimo qualche photomerge in photoshop…” La prima combinazione sembra fin troppo facile (e infatti lo è e si vede…) ma tant’è che mi metto subito a lavoro, e nel giro di un paio di mesi se ne vanno via i primi tre shooting.

Ma c’è subito qualcosa che non mi convince, e me ne accorgo soprattutto quando torno a casa ed inizio la postproduzione.

  1. gli spazi: il grandangolo spinto all’eccesso aiuta parecchio in quelli stretti, ma paradossalmente uccide quelli più ampi rendendoli lontani e vuoti. Ogni stanza sembra una camerata, i corridoi piste da bowling.
  2. le panoramiche: spesso finiscono per decuplicare l’effetto grandangolo di cui sopra; le stanze si aprono come ventagli attorno ad un unico punto di fuga e diventano schiacciate ed irreali;
  3. la postproduzione: la gestione dei file ad alta risoluzione durante il merge in photoshop mi costringe a lunghi tempi di elaborazione e a grosse perdite di tempo. Come se non bastasse, non avere un obiettivo tilt-shift (quello sì che servirebbe) mi costringe a correggere linee cadenti e “barilotti” che sembrano sul punto di esplodere. Anche qui, laddove lightroom si arrende, devo trasformare tutto in photoshop, foto per foto: e altro tempo che se ne va.
  4. la luce: fotograficamente parlando, il problema che mi deprime di più. Finestre bruciate e interni spenti e senza accenti. Il motivo è fin troppo chiaro, l’esposizione media il bagliore dell’esterno con il buio relativo dell’interno.                                                                                Ho capito, devo ricominciare tutto da capo. L’unica certezza è che la tecnica ” Tanto che ci vuole?” può andar bene all’inizio ma da qui in avanti serve qualcosa di più.

Comicio a cercare sul web e nelle librerie, ma in italiano non trovo praticamente nulla. Mi metto a cercare in inglese e invece miracolosamente mi si apre un mondo. Nonostante non conosca molto bene la lingua noto che me la cavo discretamente, capisco quasi tutto, e dove non capisco interpreto, ovvero invento. La scoperta mi entusiasma, ed oltre a seguire tutorial acquisto anche qualche ebook e videocorsi.

Tutto a posto, sono pronto. C’è solo un piccolo particolare: ho praticamente esperienza zero sul campo. E me ne sto per accorgere…

Al nuovo shooting per oltre un’ora insisto con le tecniche imparate ma non ne tiro fuori niente di accettabile. Il flash è troppo forte o troppo fiacco; la luce finestra sembra piuttosto un buco nero che non fa passare nulla all’interno; continuare a lavorare con quei parametri non ha senso. La verità è che mi mancano le misure, la percezione delle dosi di luce da combinare insieme. Alla fine entro nel panico e smetto del tutto, non voglio più continuare e chiedo a Chiara di andarcene.

Niente da fare. Chiara strappa via la macchina dal treppiede, mette ISO 800 ( o 1200…) e comincia ad andare in giro a scattare quello che le serve a mano libera. Io la seguo, all’inizio sono scettico, poi mi dico che non ho alternative, mi faccio ridare la macchina e continuo da solo con la stessa modalità. Alla fine riesco a lavorare anche con un flash.

Esco da quella casa col morale a pezzi, il litigio che ho con Chiara e puntuale e a dir poco feroce. Ma obiettivamente sono indifendibile. Per dimostrare a tutti i costi di essere diventato un fenomemo stavo perdendo di vista l’obiettivo principale per cui ero stato chiamato, cioè portare a casa degli scatti. Non solo, nonostante mi stessi accorgendo di non essere in grado di gestire la situazione così come mi ero prefissato, invece di tornare a scattare come meglio potevo sarei stato capace anche di andarmene senza aver concluso il servizio.

Il trauma è stato utile. Tra poco mi serviranno delle foto per affittare la mia casa e quindi quale migliore occasione per fare finalmente un pò di pratica?

Effettivamente senza pressioni e false aspettative le cose vanno un pò meglio, ma ad ogni modo il risultato è ancora lontano da quello che mi sarei auspicato. Pazienza, al momento il mio livello è questo. Quando a Chiara servono altri due appartamenti mi presento molto più sereno e consapevole. Porto a termine i lavori senza troppi patemi e soprattutto senza mai perdere il controllo. Certo, la qualità va migliorata ma mi serve ancora del tempo.

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