
Chi mi conosce è pronto a scommetere che a me il mare non piace proprio. Forse perchè è raro vedermi sulla spiaggia a prendere il sole, ancora di più prima delle 2.00 di pomeriggio.
Oltre alla mia naturale pigrizia (anche per fare una delle cose più pigre al mondo), prima di chiarirmi se mi piaccia o meno il mare, la domanda che mi sono posto più insistentemente negli ultimi anni è la seguente: parafrasando Carver, di cosa parliamo quando parliamo di “mare”?
Da qualche anno a questa parte trascorro diversi giorni di vacanza a Terracina, la città da cui proviene la mia compagna. Gran parte delle mie mattinate sono scandite da lunghe passegggiate che coprono praticamente tutto il lungomare della città. In spiaggia scendo poco, anzi se posso vado solo nel pomeriggio, e mentre cammino non mi è difficile incontrare le risposte direttamente nei luoghi che poi fotografo.
Che cosa intende la gente quando parla o pensa al mare?
File ordinate di ombrelloni e lettini, bar e ristoranti coperti da bandoni infuocati, aree riservate ai bambini, altre aree riservate al beach volley o al beach soccer. Musica ad alto volume, odore di frittura di pesce, odore di crema solare. Cinque metri dalla riva… cento metri dalla boa…
Nessun problema, anzi piuttosto divertente, sia da attraversare che da fotografare. Il ritmo scandito dagli ombrelloni di colore diverso, gli spazi d’ombra dei lidi attrezzati che improvvisamente cedono a piccole oasi di spiaggia libera dove la sistemazione e a caso. Sembrano solo accenti grafici, anche piuttosto facili da individuare, ma almeno una parziale risposta me l’hanno suggerita: se il mare è stare ore fermi sotto il sole non mi piace affatto, e non lo scopro solo adesso, è stato sempre così.
Ma il punto non è nenache questo, e se mi piaccia il mare oppure no credo che non interessi a nessuno, anzi, a volte mi chiedo il perchè mi sia intrappolato per così tanto tempo nel cercare di dare una risposta ad una domanda inutile. Quando mi capita di fotografare gli stessi angoli al termine della stagione, con il cielo spesso minaccioso, i lidi spogli di ombrelloni o in fase di smontaggio, intercetto quella nostalgia della fine dell’estate, delle stagioni, delle cose. I pensieri mi riportano indietro agli anni in cui il mare significava gioco, libertà, amicizia, falò, e dove il sole sulla pelle era solo una normale conseguenza. Ecco di cosa parlo quando parlo del mare.









