
Fare foto nel posto in cui si vive è abbastanza semplice: sono sufficienti un paio di scarpe e una fotocamera. Non sempre però quello che si ottiene soddisfa il fine di un racconto reale, di un concept, specie se all’inizio l’intento non era neanche espressamente quello. Perciò, mettendo insieme queste foto alla fine mi sono detto: “un altro reportage su Torpignattara? …anche no, per favore.”
E poi per raccontare cosa? Non c’è un metro di queste strade che non sia stato menzionato su qualche libro, o apparso in qualche foto pubblicata sui social, nei blog o nelle riviste on line. A volte per fatti di cronaca, altre volte per demistificare la minaccia dell’invasione extracomunitaria, o per enfatizzarla. Oppure per farci respirare l’aria nuova portata dalla street art, dai comitati di quartiere, dalle feste con i musicisti ed i giocolieri in strada.
Ma in ogni caso, qui, Torpignattara intendo, è semplicemente dove abito. Dove scendo a fare due passi anche se ormai non conosco più nessuno, immigrati o italiani (anzi italianissimi) che siano. Dove anzichè fare due chiacchere faccio semplicemente due foto, perchè in fondo quel murales con quella luce…sì lo so, lo avranno fotografato a migliaia; però anche i bambini che giocano in piazza… sì lo so, perchè mi ricordo di quando quei bambini eravamo noi (anzi no, perchè noi eravamo “italianissimi”); e anche quel signore seduto da solo… sì lo so, perchè una foto di un anziano da solo fa sempre un certo effetto.
Più che il desiderio di raccontare o denunciare, sono sempre le luci e le ombre a guidare quello che scatto. I colori stridenti, gli strappi di sole in vie strette e buie, lo spazio disordinato dove il ritmo cede il passo al caso.
Perchè quando i riflettori si spengono e non ne parla più nessuno, Torpignattara continua ad esistere semplicemente per quello che è: una jungla urbana con qualche angolo casuale da borgo di paese, messa in moto da un brulicare fitto di anime in costante ricerca di quello che li può rassicurare. Che sia il bene, che sia il male. Aggravanti o attenuanti.
Quando la bellezza viene meno, o sarebbe triviale mettere in vetrina la poca rimasta, se si sceglie di fotografare certi luoghi probabilemente si è mossi dal bisogno di esprimere quella forza emotiva data dall’oscillazione continua tra tipico e analogo. Solo così si possono giustificare verità e leggende, accoglienza e intolleranza, degrado e street art, e metterle insieme nella stessa inquadratura.
guarda “alice nel paese della maranella”











